Cristallizzati a Maruwa

Quando il 1° luglio 2022 mi arriva una mail con la proposta per la mia prima missione con Medici Senza Frontiere sono a Brusson, paesino nella Val D’Ayas, a cercare riparo dal soffocante caldo torinese; il messaggio indica il Sud Sudan, più precisamente Maruwa, e in allegato ci sono alcuni documenti descrittivi del progetto: trasferire il centro di salute primaria, che adesso opera in tendoni, in una struttura in muratura. La mail ha in sé qualche velato avvertimento come “Clima caldo” o “Camere su tenda” oppure “L’ espatriato dev’essere maturo e flessibile”. In ogni caso é la mia prima missione con MSF; si accetta e basta anche se parto col dubbio di star sopravvalutando le mie capacità di adattamento.

Arrivo a Maruwa la terza settimana di Settembre; il villaggio è situato nel Boma National park, vicino al confine con l’Etiopia. Il gruppo etnico predominate è quello dei Murle. Nel tempo ho scoperto che degli arabi miliardari hanno cercato di imbastire qui un Safari, difatti ci sono numerosi lodge abbandonati che idealmente devono ospitare i turisti ed oggi sono occupati, in senso letterario di squatting, dalle personalità più influenti del villaggio; le guerre civili hanno spazzato via tutti i grandi sogni degli Emirati.

Cercare Maruwa su Google Maps è fatica sprecata. Il nome non è riportato nemmeno sulle vecchie cartine geografiche. C’è una sola strada malconcia che collega il villaggio alla capitale, Juba, e durante le piogge questa diventa impraticabile. Noi difatti raggiungiamo il villaggio con l’aereo privato di Medici Senza Frontiere. L’isolamento si mostra subito in tutta la sua chiarezza come metto piede sulla pista di atterraggio, una lingua di terra rossa battuta alla bell’ é meglio, osservando la vastità del nulla attorno a me; un brivido mi sale lungo la schiena e, per qualche istante, mi si materializza nel cervello la domanda di quanto preavviso debba fornire per potermi licenziare e tornare a casa.

A Maruwa ogni tanto il cielo ci scarica divertito addosso tonnellate d’acqua rendendo fango ogni cosa, per camminare bisogna indossare gli stivali e stare molto attenti a non scivolare. L’unico che sembra non risentire di questa situazione è il Capo progetto che mi ha accolto, Hamza, un pakistano di mezza età, che cammina perennemente in infradito galleggiando sul fango e pare non rispondere alle leggi di gravità; mi piace osservarlo correre verso l’ufficio, quando piove: sembra danzare. Da metà novembre in poi, invece, non si vede più una goccia d’acqua ed il caldo torrido instaura la sua dittatura.

Nei primi giorni di lavoro Hamza m’illustra sintetico come un Bignami cosa significhi vivere in un villaggio sperduto in Sud Sudan: cibo reperibile solo dalla capitale una volta a settimana, gruppi armati che gravitano nella zona, difficoltà a riempire il tempo libero. Poi, di contorno, mi spiega il lavoro che devo svolgere: un ibrido tra le risorse umane e la gestione finanziaria del progetto.

Maruwa non offre nulla se non lavorare e grazie a Dio di lavoro ne ho parecchio; mi tiene la mente occupata. Nuove assunzioni, procedure da rispettare e far rispettare, lettere di richiamo, licenziamenti, contratti, pianificazione per ingrandire o restringere un dipartimento; e poi gestione del budget, analisi dello speso, pagamenti ai fornitori e programmazione delle spese future.

A Maruwa, nel centro di salute primaria, lavoriamo in 17 come staff internazionale e 71 di staff locale; la provenienza dei non autoctoni è molto variegata: dal Pakistan, Stati Uniti, Canada, Cameroon, Hong Kong, Italia, Germania, Lesotho ed altre nazionalità. Lo staff locale è tutto Sud Sudanese ed interamente di Maruwa; questo costituisce un grosso problema a causa dell’ elevato livello di analfabetismo presente a cui si somma l’impossibilità di reclutare staff di altre etnie, come anticorpi la comunità li respinge. Trovo assurda questa repulsione e non sono mai riuscito ad abituarmici; come si può essere così chiusi da andare contro i propri stessi interessi impedendo ad una persona qualificata di lavorare nell’unica clinica, che offre un servizio gratuito per altro, presente per chilometri e chilometri? E’ dura scrollarsi di dosso l’etnocentrismo.

Le persone, in questo villaggio del Sud Sudan, sono abituate ad avere a che fare con personale internazionale, ogni mese arriva qualcuno di nuovo e qualcun altro se ne va via, ormai non ci fanno più caso e non si aspettano che nessuno rimanga più di sei mesi. Sono gentili ma sapendo che probabilmente tra un po’ non ti vedranno più per il resto della loro vita non investono particolarmente nella conoscenza: c’è rispetto reciproco ma non confidenza. Questa dinamica si verifica puntualmente anche tra lo staff internazionale sia ben chiaro: da più tempo conduci la vita del cooperante meno energie dedichi alle relazioni con i tuoi colleghi. Ormai ho raffinato l’occhio nel capire chi lavora sul campo da più tempo rispetto a chi è neofita; basta osservare l’accoglienza che riserva ai nuovi arrivati, se passa più tempo nella propria stanza rispetto a stare in gruppo e se le chiamate Skype con casa sono quotidiane.

Durante i mei sei mesi trascorsi a Maruwa una domanda mi si è conficcata in testa ed è cresciuta fino a diventare ossessione: come mai chi è andato via da qui ed ha avuto la possibilità di studiare altrove ha deciso di ritornare in questo posto ai confini dell’umanità? Maruwa non offre nulla e il ciclo progettuale di MSF in genere non supera i dieci anni, una volta andati via noi non ci sarà più nessuna occupazione; che senso ha tornare a spendere tempo prezioso della propria vita in un posto del genere?

Nel corso del lavoro sono entrato maggiormente in confidenza con tre persone in particolare: Baba, l’assistente amministrativo e lavoriamo insieme tutto il giorno, Tamburum, il vice responsabile della catena di approvvigionamento e l’organizzatore delle partite di calcio dopo lavoro, fondamentale, e Joseph, il magazziniere della farmacia. Non li ho mai incontrati nella loro quotidianità, mentre sono a casa, in giro con gli amici o con la famiglia, li vedo solamente a lavoro e quando giochiamo a calcio nel compound.

Un giorno, volendo egoisticamente avere una risposta alle mie domande, chiedo a Baba, Tamburum e Joseph se potessimo incontrarci dopo lavoro per fare una chiacchierata/intervista sulle loro vite; motivando la mia invadenza e, in modo sottointeso, specificando che non sono impazzito ponendo tutte quelle domande di punto in bianco. Ci accordiamo per effettuare l’intervista un venerdì, giorno ideale, alla fine della settimana in cui si è tutti rilassati e i problemi lavorativi sono rimandati al lunedì. La location dell’intervista è un tucul adibito ad ufficio utilizzato dal dipartimento logistico, molto scarno e minimale, con un ventilatore con la lingua a terra per il troppo utilizzo al centro dell’unico tavolo presente, le sedie sono solo due, di cui una rotta, e ne recuperiamo altre.

Comincio io “Grazie Joseph e grazie Tamburum per il vostro tempo”. Poi prende la parola Joseph “Il mio nome è Joseph Giro, sono Sud Sudanese e lavoro in farmacia, sono uno di quelli che lavora con MSF da più tempo. La vita a Maruwa va bene, costa poco. La cosa difficile e non avere accesso alle informazioni”
Poi tocca a Mr. T, immerso nel suo lungo abito bianco Tamburum comincia “Io mi chiamo Tamburum Abechina, lavoro per MSF come capo magazziniere; non conosco molto Maruwa, devo dire, perché sono partito per il Kenya nel 2013; sono arrivato come rifugiato e ho fatto là le scuole primarie e secondarie”. Un blackout fa saltare la corrente ponendo un fermo al martirio del ventilatore nella sua lotta impari contro il caldo “Io invece ho studiato all’Università di Medicina in Uganda, ho fatto solo un semestre perché ho finito i soldi”. “Dove stavi in Kenya Tamburum?” “Nel campo profughi di Kakuma, era dura perché non avevamo supporto”, “E perché avete deciso entrambi di tornare?” “Primo perché non vedevo mia madre ed i miei fratelli da quasi 10 anni, secondo perché finita la scuola secondaria non potevo andare all’università, costava troppo, e terzo sono tornato per aiutare mia madre con i figli piccoli” “A me invece una persona aveva promesso di aiutarmi a pagare le rette poi non l’ha fatto ed ho dovuto mollare. Sono tornato per aiutare economicamente la mia famiglia”. “Eccomi come sta andando l’intervista? Diventerete famosi?” ci raggiunge Baba in ritardo come al solito ed elegante come sempre “Tocca a te” “Mi chiamo Baba Longolyo ed ho iniziato a studiare a Pibor prima di spostarmi a Juba” un forte rumore, come un clack, ci fa capire che stanno accendendo il generatore e conseguentemente ricomincerà la lotta ai mulini a vento del ventilatore ”Siamo scappati in un campo profughi in Uganda per il conflitto iniziato nel 2013 tra il Presidente ed il vice Presidente; lì ho fatto la scuola secondaria”, “E tu perché sei tornato a Maruwa?” “Perché non avevo soldi per fare l’università” risponde lui secco.

Saluto tutti e li ringrazio del tempo dedicatomi: sono parecchio divertiti. Sono stupiti e felici che qualcuno sia stato ad ascoltare le loro disavventure.

I giorni successivi sono tornato diverse volte a pensare a quel momento di intimità creatosi con persone con cui ho lavorato per sei mesi ma di cui non sapevo nulla. Adesso mi è evidente che nessuno di loro abbia lasciato Maruwa volontariamente ma siano dovuti andare in cerca di un posto più sicuro per poter vivere un minimo tranquillamente; mi sento ingenuo.                                                                                                                  

Sono ripartito per Torino il 19 Marzo con la consapevolezza che non capirò mai fino in fondo Maruwa, i Murle ed il Sud Sudan; ma va bene così: non sono un antropologo e il mio lavoro là era altro, risorse umane e finanza.  Atterrato a Torino, con il bagaglio perso come bentornato allo scalo a Fiumicino, riconosco subito di essere di nuovo a casa; dev’essere per il freddo e per quella sensazione di elettricità che riempie l’aria quando non piove da veramente tanto tempo. Mi siedo ad aspettare mia mamma e il nonno che mi stanno venendo a prendere a Caselle, sono imbottigliati nel traffico, non ho fretta. L’aeroporto di Torino è pieno di stranieri, si sentono molte lingue diverse, ci sono scolaresche, inglesi probabilmente, e operator con cartelli con nomi scritti sopra che aspettano turisti per portarli sulle alpi a sciare; “sempre che ci sia ancora neve” penso tra me e me.

Podcast scritto da me per Medici Senza Frontiere sulla missione in Sud Sudan

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