Tu da dove vieni?

Varcare la soglia di ”The Ultimate Salon” in corso Giulio Cesare 76 mi ricordò la prima volta nel continente nero e come gli africani intendevano luoghi del genere: centri aggregativi più che altro. Corso Giulio Cesare si trovava nel quartiere Barriera di Milano di Torino; zona popolare e multietnica. La scena presentava alcuni parrucchieri che tagliavano i capelli a dei ragazzi parlando tra loro a voce altissima, delle signore erano intente a preparare le extension per future clienti ed altre persone ancora non facevano assolutamente nulla se non chiacchierare e guardare la tv. Da piccolino i parrucchieri italiani non li sapevano trattare i miei ricci, non erano abituati, andavano in difficoltà e mi facevano sentire diverso. Da un decennio invece ormai a Torino ho l’imbarazzo della scelta su quale saloon scegliere.

L’uncinetto per i dread che ho portato in Repubblica Centrafricana, la mia ultima missione con Medici Senza Frontiere, mi ha ricordato come dalle piccole cose, come un’acconciatura, si costruisca un’identità e come, per troppi anni, sia stato ingenuo a non riconoscerlo.

Per tutta la mia infanzia ero sempre stato l’unico nero della classe, della squadra di calcio, del judo, del gruppo scout: essere l’unico black nella stanza a volte risultava difficile.

L’identificazione era complicata; in Italia i miei esempi erano solo calciatori o venditori ambulanti.

Quando da bambino andai a Disneyland Paris, con la mamma ed amici di famiglia, rimasi colpito nel vedere donne e uomini di colore fare i lavori più disparati, così come a Londra fui affascinato dagli uomini neri in giacca e cravatta aggirarsi per la city. Rientrando da questi viaggi sentivo sempre di essere nato nel posto sbagliato e che per raggiungere la vera felicità, come i neri di Parigi o di Londra, sarei dovuto andare là.

Nella mia carriera studentesca feci diverse esperienze all’estero: questi soggiorni mi permisero di assorbire come vivevano le comunità nere in giro per l’Europa e di capire che il razzismo esisteva anche fuori dall’Italia. Anche oltre frontiera infatti faticavano ad accettare che io fossi italiano, non corrispondevo allo stereotipo che avevano in mente: bianco, con i baffi, possibilmente dal nome Mario, con un tono di voce alto ed estremamente gesticolante durante le conversazioni.

Durante il periodo Universitario trascorsi sei mesi nel Nord dell’ Inghilterra, a Wolverhampton. La città era abbastanza anonima: ex polo industriale alle prese con la necessità di reinventarsi in seguito alle delocalizzazioni selvagge; un po’ come Torino. Nel campus fui sorpreso di trovarmi per la prima volta in contesti in cui eravamo solo studenti neri. Vivere a contatto con gli afro inglesi mi fece desiderare di essere uno di loro. I tratti distintivi della cultura black, come le acconciature, venivano esibite e portate con fierezza, la comunità era forte, esigeva rispetto e trasmetteva all’esterno queste caratteristiche.

Nel 2017 partii per il Servizio Civile in Tanzania ed era la mia prima volta in Africa: fu un’esperienza molto bella ma emotivamente anche molto traumatica. Ero a Matembwe, villaggio di massimo duemila anime sperduto nella rigogliosa regione di Njombe. Pensavo mi sarei automaticamente sentito a casa ma non fu così: il contatto con lo straniero, anche se nero, non era sicuramente abitudine da quelle parti, la distanza culturale era molto ampia e venivo guardato con diffidenza; eravamo solo accumunati dal colore della pelle.

Quest’ avventura mi spinse nel cercare di costruire la mia identità da afro italiano e all’università formai, insieme ad alcune compagne e compagni, un collettivo che si prefiggeva di essere un luogo sicuro e di ascolto per le seconde generazioni all’interno dell’università. Il confronto quotidiano fu di fondamentale importanza nel farmi capire che non ero solo a vivere certe dinamiche e che l’unione fa la forza. Dibattere delle proprie esperienze, prefiggersi degli obiettivi e potersi sfogare con persone che potevano immediatamente empatizzare con me furono più formativi dell’Africa.

Quando tornai nel continente nero, più precisamente in Sierra Leone per lavoro, avevo una consapevolezza di me stesso molto accresciuta e riuscii a vivervi in modo più pacifico l’esperienza; l’essere in capitale, a Free Town, fece il resto poiché le persone erano di mentalità più aperta rispetto agli abitanti del villaggio.  Freetown fu inconsapevolmente un impulso alla mia ricerca identitaria attraverso il suo simbolo, il Cotton Tree. Leggenda narra che l’albero fu piantato da ex schiavi afroamericani che, una volta ottenuta la libertà, tornarono in Sierra Leone e collocarono il suo germoglio nel centro della città come simbolo di emancipazione e riscatto. La storia mi colpì al punto che adesso porto il Cotton Tree tatuato sul mio avambraccio destro.

Per motivi professionali, negli ultimi anni, ho vissuto più in Africa che in Italia ed ho colto il punto da cui partire: non potrò mai essere percepito pienamente italiano e neanche pienamente nigeriano perché sono entrambe le cose; un patto sociale con me stesso. Cercare di incasellarmi in una definizione presupponeva il dover dare spiegazioni alla domanda “ma tu da dove vieni?” che cancellava automaticamente ogni possibile sfumatura; era rivolta solo a soddisfare le curiosità di persone terze. Alla questione “ma tu da dove vieni?”  cioè “chi sono”? Penso ad oggi di avere una risposta: sono Alexandro.

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