Tappe:

- Roncivalle
- Saint Jean Pie de Port
- Zubiri
- Pamplona
- Puente de la Reina
- Estella
- Los Arcos
- Logroño
- Najera
- Santo Domingo
- Belorado
- Atapuerca
- Burgos
- Hontanas
- Boadilla del Camino
- Carrion de Los Condes
- Sahagun
- Reliegos
- Leon
- Hospital de Origo
- Astorga
- Rabanal del Cammino
- Ponferrada
- Vllafranca
- Ocebreiro
- Furela (Casa dell’Alchimista)
- Barbadelo
- Gonzar
- Melide
- O Pedrouzo
- Santiago
L’idea del Cammino di Santiago è nata dalla necessità di ricaricare le batterie dopo l’ennesima missione umanitaria: l’ultima in Sud Sudan, con Medici Senza Frontiere, sei mesi a dormire in tenda. Man mano che mi avvicinavo alla fine del contratto, sentivo il bisogno di un periodo di pausa. Avevo recentemente lavorato un anno in Sierra Leone, sei mesi a Bangui (Repubblica centrafricana) e infine ero arrivato lì in Sud Sudan: ero esausto e avevo bisogno di dedicarmi a me stesso. Dopo aver considerato diversi fattori come la mia salute psicofisica, il riposo e il risparmio economico, ho deciso di prendermi tre mesi per rigenerarmi. Avevo assoluta necessità di riconnettermi alla quotidianità, alle amicizie, alla mia vita normale che, per evitare che sfugga dalle mani, lasciandomi senza un posto che si possa chiamare casa, va salvaguardata. Tuttavia, dovevo decidere cosa fare in questi tre mesi: stare a casa senza far niente non era un’opzione.
Il Cammino di Santiago mi frullava in testa da tempo e avrebbe occupato un mese dei tre disponibili, due piccioni con una fava. Non avevo mai considerato l’idea di intraprenderlo per ispirazione mistica o per risolvere questioni in sospeso, era più che altro una sfida personale, fisica, per vedere se fossi riuscito a percorrere 790 chilometri. Ero preoccupato di non riuscire a completarlo, non tanto fisicamente quanto a livello di tenuta mentale. Camminare per un mese intero è fuori dalla logica per noi occidentali, abituati alla comodità dei mezzi di trasporto. I miei colleghi in Sud Sudan camminavano anche per settimane per spostarsi da un luogo ad un altro in assenza di strade, mezzi, infrastrutture, ma questa è un’altra storia.
Mi ripetevo continuamente che il Cammino non doveva diventare un martirio e che se avessi avuto vesciche, tendiniti o altre infiammazioni, avrei mollato: “Non è un fallimento non arrivare in fondo” mi dicevo spesso; sapevo però, nel mio inconscio, che lo avrei visto come una disfatta e che non mi sarei mai fermato.
Sono arrivato a Saint Jean Pied de Port, ai piedi dei Pirenei francesi, il 15 maggio.
Ho capito subito di essere giunto al punto di partenza: la cittadina era stracolma di pellegrini pronti a partire come me, l’indomani, formando un gruppo che avrebbe percorso il cammino, più o meno insieme, fino a Santiago.
Trovare un posto dove dormire era quasi impossibile, tutti gli ostelli erano pieni. Dopo aver bussato a diverse porte per trovare un letto, come ultima spiaggia, sono andato a domandare aiuto al centro comunale, dove mi hanno rilasciato la credenziale, un documento che va timbrato ogni giorno per certificare il proprio Cammino, e dove si possono trovare contatti di volontari che offrono ospitalità. La strategia ha funzionato: mi hanno trovato una stanza a casa di un’anziana signora francese per la notte.
L’indomani, a colazione, ho incontrato Sophia, una ragazza ventenne del Maryland, che ha ascoltato pazientemente la ramanzina della padrona di casa sul fatto che mi fossi presentato alle 7:10, invece che alle 7:00, qualcosa di evidentemente inaccettabile. Sophia sembrava seguire la conversazione, senza parlare, variando solo le espressioni facciali; ho capito solo successivamente che non parlava una parola di francese e che aveva trascorso tutta la colazione immaginando cosa ci stessimo dicendo. Probabilmente per lei è stato meglio così, visto che lo scambio con la padrona di casa non si è rivelato molto piacevole: mi aveva ammonito sulla puntualità degli spagnoli, paradosso, sostenendo che gli africani fossero tutti ritardatari, mostrando un’ignoranza preoccupante e confermando l’esistenza di un sentimento di superiorità coloniale ancora ben radicato in Francia.

La prima tappa ci ha portato fino a Roncisvalle: l’ho percorsa interamente con Sophia, che mi ha raccontato dei suoi studi di antropologia a Londra, del suo desiderio di fare un’esperienza di vita in un altro continente e di come il suo paesino nel Maryland fosse minuscolo, con una mentalità chiusa e offrisse poche opportunità. Me lo sono immaginato come un posto isolato, dove tutti avevano un fucile in casa, popolato da una classe lavoratrice bianca incattivita poiché impoverita dalla globalizzazione.
Da Roncisvalle a Zubiri ho mantenuto un buon passo camminando da solo, con Sophia ci siamo persi quasi subito. Ho pensato prima di partire che avrei voluto affrontare il Cammino di Santiago in solitaria: sentivo che fosse la scelta giusta per me, senza dover rendere conto ad altre persone o essere costretto a organizzare le tappe, ma lasciandomi trasportare dal ritmo del viaggio e dalla provvidenza. Penso che essere figlio unico abbia influenzato parecchio il mio approccio al mondo: mia madre fortunatamente ha avuto la saggia idea di iscrivermi agli scout da piccolo per farmi apprendere la condivisione. Gli scout infatti fanno vivere esperienze ed insegnano valori rari nel mondo moderno: l’essenzialità trascorrendo due settimane all’anno nel bosco in tenda, la responsabilità dovendosi prendere cura dei più piccoli, l’intraprendenza appresa dal dover trovare soluzioni a situazioni difficili ed il servizio aiutando gli altri senza aspettarsi nulla in cambio.
Durante il tragitto, però, ho incontrato due ragazzi italiani, Nicholas e Dario, che si erano conosciuti in aeroporto e stavano condividendo il Cammino. Non mi sono unito subito, ho preferito accodarmi a un gruppo formato da tre ragazze americane e una tedesca, Jannika, che sarebbe stata mia compagna di viaggio per un po’. Era vivace e sopra le righe. Aveva circa venticinque anni e mi ha colpito subito il suo equipaggiamento inadatto a un’impresa del genere: lo zaino sembrava quello della Smemoranda che usavo alle medie e indossava fantasmini come calzini, due errori che avrebbe pagati cari.
Una volta giunti a Zubiri, per fare colpo sulle mie compagne di viaggio, mi sono cimentato in una carbonara, la cui qualità lasciava parecchio a desiderare, colpa degli ingredienti ovviamente, ma per loro era comunque deliziosa. Fortunatamente non c’era traccia d’italiani, nessun contraddittorio.
Sul tragitto per Pamplona ho rincontrato Dario e Nicholas e questa volta mi sono unito a loro per tutta la tappa. Dario, più che trentenne, molto alto e con un passo veloce, indossava un cappellino giallo con diverse spille del merchandising del Cammino. Era di Milano e lavorava all’Esselunga nel reparto gastronomia (meno male che non era stato testimone della mia carbonara); Nicholas, mio coetaneo del Trentino, era un maestro di sci baffuto con un fiocco di neve tatuato sul gomito sinistro. La traversata dei Pirenei gli aveva massacrato le ginocchia: camminava in maniera robotica, aiutato dalle bacchette e dall’ibuprofene. Ho ammirato molto il suo passo costante e la sua forza di volontà nel proseguire. Non si sarebbe fermato.
Le tipologie di ostelli disponibili lungo tutto il Cammino erano tre: i comunali, con grandi camerate a prezzi calmierati; i donativi, che incarnavano il vero spirito del Cammino grazie alla condivisione e al pagamento di un’offerta libera e gli alberghi veri e propri. A Puente de la Reina mi sono fermato con Dario e Nicholas in un ostello comunale, apparentemente piccolo ma capace di ospitare un centinaio persone. La sera, chiacchierando prima di dormire, ho conosciuto Louise, una ragazza francese di Bordeaux che – ancora non lo sapevo – sarebbe stata la mia stella polare da lì alla fine, e Sophia, una tedesca di Berlino. Sophia era sul Cammino in cerca di un’illuminazione per risolvere i suoi problemi personali, cosa che ho sempre trovato buffa: pensavo che un percorso terapeutico con una psicologa sarebbe stato più utile di aspettare una soluzione magica da un fattore esterno. Il Cammino di Santiago, però, straborda di persone in cerca di se stesse: cosa voglio ottenere mia vita? Chi sono io? Perché sono insoddisfatto?

La tappa da Puente la Reina ad Estella è stata abbastanza lineare, senza infamia e senza lode. Ero motivato dall’omonimia con la marca di birra spagnola Estrella, convinto che fosse la città di origine del brand e sperando in degustazioni abbondanti. Non ho trovato nulla di tutto ciò, e la delusione è stata immensa. In compenso ho visto una corsa dei tori, in formato ridotto rispetto a Pamplona, insieme a Louise, Sophia e Dennis, un signore croato che si era unito a noi.
La tappa da Estella a Los Arcos l’ho trascorsa interamente con Louise, una delle ragazze più determinate che abbia mai conosciuto. Partita a piedi da Tolosa, camminava già da quasi un mese. Capelli castano chiaro, qualche anno più giovane di me, faceva strada con un inseparabile bastone e indossava sempre un gonnellone blu. Aveva un passo incredibile e starle dietro era davvero difficile; dai nostri dialoghi, ho capito che veniva da una famiglia numerosa, essendo la quinta di otto fratelli e sorelle, e che era stata scout; ho dedotto anche che la sua famiglia di provenienza fosse molto cattolica e tradizionale. Mi ricordava Giovanna D’Arco. Era spigliata e molto bella; penso di aver rischiato di innamorarmi di lei più volte durante quei momenti.
Arrivati a Los Arcos, siamo andati insieme a messa; per tutto il Cammino ho di cogliere ogni possibile momento di spiritualità per cecare di capire il senso del mio essere cattolico. Sul cammino un buon 30% dei pellegrini era cattolico, soprattutto gli americani, mentre il resto coltivava comunque un interesse alla spiritualità in senso più ampio di connessione verso la natura ed il mondo.
La tappa per Logroño è stata lunga ma facile. Era una cittadina più grande rispetto ai borghi costeggianti il Cammino. Per la prima volta ho dormito in un donativo, sicuramente uno dei miei ostelli preferiti. Il clima era gioviale e, dopo poco più di una settimana di cammino, si erano già strette belle relazioni con il resto dei pellegrini: le facce attorno a me erano diventate familiari. Nel donativo si collaborava per cucinare, sparecchiare e lavare i piatti. La credenziale veniva timbrata solo dopo un momento di condivisione post cena.
Lì ho conosciuto Andrea, un ragazzo di Rimini che stava facendo dei colloqui con diverse ONG, tra cui Medici Senza Frontiere, perché voleva passare al no profit per una questione di valoriale. Viaggiava con una ragazza coreana e non ho mai capito che tipo di relazione ci fosse tra loro; da bravo torinese falso cortese, ho evitato domande invadenti. Andrea era molto estroverso e simpatico, quando c’era si sentiva la sua presenza: tuttavia ci siamo incrociati poche volte la sera e non abbiamo mai camminato assieme senza poterci conoscere bene; forse uno dei miei rimpianti del Cammino.
Nella tappa da Logroño a Najera ho conosciuto Lucie, un’altra francese e una nuova stella polare. Lucie era di poche parole e molto spirituale, non in senso cattolico. Vestiva in stile street e camminava con due bacchette. La tappa era di una trentina di chilometri e piuttosto faticosa per i continui saliscendi. Era anche il compleanno di Nicholas e, arrivati a Najera, abbiamo festeggiato. Il Cammino in qualche modo ti obbliga alla condivisione ed ormai si era formato un gruppo formato da Dario, Jannika, Sophia, Lucie, Nicholas, Dennis ed io; Louise compariva e scompariva come un bel sogno. Non camminavamo sempre assieme, avevamo passi diversi, ma ci davamo spesso indicazione sulla meta giornaliera ambita e questo portava a ritrovarsi la sera.
La marcia verso Santo Domingo è stata parecchio impegnativa, con una quantità innumerevole di falsi piani. Ho cominciato a sviluppare una tendinite al piede destro che mi ha dato noia. Erano ormai giorni che ero in marcia e molte persone che avevo incontrato all’inizio le avevo completamente perse visto che il ritmo di marcia differente ci aveva allontanati; la cosa mi rattristava perché, contrariamente alla mia convinzione in partenza, mi piaceva l’idea romantica di varcare l’ingresso di Santiago con gli stessi volti con cui ero partito.
Nella tratta tra Najera a Santo Domingo ho conosciuto la prima persona nera sul Cammino oltre a me: Asjha, attrice di serie TV e spot pubblicitari californiana, che camminava a passo di lumaca ma era molto solare e simpatica. Mi faceva ridere: quando incontravamo chiese e monumenti li paragonava alle ambientazioni di Game of Thrones, rafforzando i miei pregiudizi sugli americani.
Una tachipirina presa la mattina stessa mi ha consentito di camminare quasi normalmente fino a Belorado. Era una cittadina triste, piccola, grigia, smorta. Sulla strada, però, ho rincontrato Louise, che pensavo non avrei più rivisto. Con Dario, Louise, Nicholas e Lucie ci siamo fermati ad un donativo, gestito da una coppia di pensionati svizzeri. Ci hanno attaccato un discorsone sul fatto che con la guerra in Ucraina le spese delle utenze erano aumentate e quindi il “donativo” accettava solo offerte dai 10 euro in su. Louise non ci ha pensato su più di tre secondi e ha deciso di camminare altri venticinque chilometri per raggiungere l’ostello successivo. Il resto del gruppo, me compreso, stanco, ha optato per fermarsi dal Gatto e la Volpe. Fortuna che Dario ha deciso di cucinare uno dei più buoni risotti ai formaggi che abbia mai mangiato in vita mia, con ingredienti comprati al minimarket tra l’altro; un vero capolavoro.
Il giorno successivo ero abbastanza allo stremo, il polpaccio mi tirava ed avevo bisogno di un giorno di pausa per rifiatare. Ho deciso che mi sarei fermato a Burgos, città che avrei incrociato qualche giorno dopo, in modo da avere anche tempo per visitarla.
Sulla strada, con Dario e Nicholas, abbiamo trovato alloggio ad Atapuerca, paesino minuscolo in mezzo al nulla a circa sedici chilometri da Burgos. Lì, incredibilmente, abbiamo rincontrato parecchie persone: Sophie del Maryland che non vedevo da Roncisvalle, Louise, Sophia la tedesca, Lucie, Yannika, Dennis e si era aggiunto al gruppo un ragazzo australiano di nome Massimo, origini italiane, che non sapeva una parola della lingua del bel paese, con dei meravigliosi baffi da messicano.
A Burgos, Massimo ha avuto l’idea di affittare un Airbnb anziché andare al solito ostello del pellegrino: abbiamo tutti accettato la proposta, avendo bisogno di un po’ di normalità. Dario, purtroppo, era arrivato alla fine della corsa, il giorno seguente sarebbe ripartito per Milano, ripromettendosi di ricominciare il cammino da questo punto, in futuro. Con Yannika, Dennis, Massimo, Louise, Sophia tedesca, Lucie ed altri tre ragazzi francesi raccattati da non so chi, abbiamo condiviso l’Airbnb. La sera è passata tra birre, tapas e reggaeton e, per un attimo, sembrava di non essere più sul Cammino di Santiago ma in una normale vacanza tra amici in Spagna.
Ho rispettato la mia decisione di fermarmi un giorno a Burgos: il mio corpo me lo chiedeva a gran voce ed è stata la scelta più saggia. Stavo facendo un ciclo di Diclofenac e ghiaccio, come suggerito da mio cugino Pietro ma, come da lui detto: “la cura migliore è il riposo”.
Per risparmiare avevo già preso il biglietto aereo di ritorno e sapevo di avere soltanto due giorni bonus da giocarmi nel mio viaggio verso Santiago. Fare il fricchettone, prendendo solo il viaggio di andata in modo da vivere “il vero spirito del cammino”, non faceva per me: questa frase l’avrò sentita almeno cinquanta volte sulla strada e l’ho sempre trovata stupida, dato che presupponeva pagare il triplo del valore un biglietto che, con un po’ di programmazione, si sarebbe potuto acquistare ad una cifra modica.
Per molti lo spirito del cammino era partire senza un obiettivo e senza sapere dove si sarebbe arrivati, avere una scadenza per loro era inconcepibile e rovinava l’avventura. Per me invece era esattamente il contrario: avere dei punti fissi permetteva di viversi al meglio l’esperienza senza angosce.
Ho salutato a malincuore Dario e Nicholas e Louise che ripartivano senza fermarsi un giorno per risposare. Chissà se e quando ci saremmo rivisti.
Così ho visitato Burgos: la città valeva davvero tutta la sua nomea, bellissima, con la cattedrale a fiore d’occhiello. Per ripartire con il corpo e la testa, sono tornato a dormire in un immenso ostello del pellegrino. Le persone che avevo intorno non le avevo mai incontrate, essendo sul rullino di marcia un giorno dietro di me: avevo cambiato gruppo classe…
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