Ad Hontanas ho rincontrato Nicholas: mi ha fatto molto piacere ritrovarlo perché, anche se era un tipo di poche parole, mi trovavo bene con lui ed era stato mio compagno di viaggio da praticamente l’inizio del Cammino di Santiago: era sempre bello ritrovare una faccia amica. Davanti ad una birra ci siamo aggiornati vicendevolmente: le sue ginocchia erano sempre messe male ma ho capito in quel momento che per lui arrivare in fondo era una questione di principio e non si sarebbe fermato per nulla al mondo.
La tappa per arrivare a Boadilla del Cammino è stata nel pieno delle Mesetas: pianure ed altipiani sterminati. Mi hanno molto colpito gli spazi ampi della Spagna, non ero preparato, mi ricordavano in un certo modo la vastità di orizzonte dell’Africa o la vista sul mare. Mi sono reso conto di essere molto ignorante sul paese iberico, tolte le grandi città, non conoscevo praticamente nulla. Nelle Mesetas il caldo non era ancora insostenibile, era ancora primavera e non si raggiungevano i picchi dell’estate ma, quando il sole usciva, picchiava duro. Non ho mai osato immaginare le pene di chi fosse partito a luglio. Nicholas, trentino bianco come una mozzarella, si cospargeva continuamente di crema solare e, dopo una prima ustione alle gambe, aveva scelto il male minore e aveva iniziato a camminare con i pantaloni lunghi per evitare di peggiorare la situazione.
Le Mesetas e la loro bassissima densità abitativa mi hanno posto di fronte a difficili scelte logistiche e di percorso: i paesini per possibili ristori sul tragitto erano pochi e le distanze tra essi molto lunghe. Questo aumentava o riduceva di molto la lunghezza delle tappe a seconda della scelta: decidere di fare dieci chilometri, fermandosi al primo centro abitato disponibile o optare per trenta chilometri fermandosi a quello dopo? Facendo un rapido calcolo sui giorni che avevo a disposizione, e considerando la volontà di fermarmi un giorno a Leon per visitarla, ho deciso con Nicholas di allungare la tappa e di fare una tirata unica fino a Sahagun.
Il percorso fino a Sahagun era lungo circa quaranta chilometri ed è stato una faticaccia. Questo strappo ha avuto l’effetto collaterale di separarci, Nicholas e me, dal resto del gruppo originario che aveva scelto di fermarsi prima, a Ledigos, a circa venti chilometri dal punto di partenza. Non essendoci comunicati le nostre vicendevoli tappe, ci siamo accorti di averli distanziati di un giorno solo una volta arrivati a destinazione.
Uno dei patti sociali tacitamente stipulati sul Cammino di Santiago era di seguire il proprio corpo ed il proprio ritmo senza dirsi dove si sarebbe arrivati, evitando di darsi appuntamenti per non condizionarsi e non rovinare lo spirito sacro della marcia all’avventura: i compagni di viaggio te li forniva il Cammino. A me è sempre sembrato un po’ esagerato e da fondamentalisti questo approccio: ho veramente apprezzato fare nuove conoscenze ma, una volta creato un gruppo che era in sintonia nei suoi membri, non capivo perché non si potesse accettare di essere negli anni duemila ed utilizzare i cellulari per evitare di perdersi. L’organizzarsi veniva visto come un sacrilegio, uno stress ed una costrizione.
La verità è che le Mesetas spaccavano i gruppi: le tappe erano lunghe, dritte, piatte, interminabili; qui si metteva veramente alla prova la resilienza dei pellegrini ed il loro allenamento. Anche gli altri rimasti indietro, ho saputo poi che si erano ulteriormente divisi. Io e Nicholas abbiamo macinato chilometri su chilometri costeggiando quasi sempre la statale, tappe orrende. Strade dritte con alberelli piantati pedissequamente ad una distanza di qualche metro uno dall’altro: troppo bassi per produrre ombra e troppo artificiali per essere belli. Era tutto uguale e sembrava di non avanzare mai come dentro ad un’ipnosi.

A Carrion de Los Condes avevo rincontrato il gruppone di italiani che avevo intravisto a Burgos, quelli della nuova classe, ma avevo deciso di non “frequentarli”, ossia di non camminare assieme a loro perché, nonostante la simpatia, erano troppo numerosi e rumorosi; inoltre mi sarei limitato a parlare solo italiano, escludendo automaticamente conoscenze straniere e questo non mi andava: sul Cammino di Santiago viene gente da ogni dove e sarebbe stato limitante frequentare solo i propri connazionali. Erano una compagnia aggregatasi strada facendo e nessuno conosceva nessun altro prima di partire. Il gruppone era poi molto variegato a livello anagrafico: coprivano un range che andava dai 30 ai 65 anni: era proprio questo il bello del Cammino, si marciava tutti con lo stesso obiettivo e le differenze scomparivano. Nonostante la mia riluttanza alla fine abbiamo condiviso parecchie serate: era inevitabile perché le tappe erano obbligate un po’ per tutti. Erano comunque simpatici e delle brave persone, sono stato infine felice che il Cammino mi abbia forzato a conoscerli.
Arrivati a Reliegos, il paese più piccolo che io abbia mai visto in vita mia, abbiamo trovato Louise, sempre con il suo gonnellone ed il suo inseparabile bastone, che sedeva nel dehors di un bar molto simile ad un centro sociale a sorseggiare una birra. Ci siamo uniti a lei. Mentre stavamo andando ad ordinare da bere avevo notato, incassata nel bancone del bar, una scacchiera. Il suo possessore era il proprietario del locale, un vecchietto mezzo sdentato già ubriaco alle quattro del pomeriggio, che invitava i clienti a giocare. Ho accettato la sfida, in linea con la mia crescente attrazione verso il gioco: mi ha nettamente massacrato. La sera io, Nicholas e Louise abbiamo cucinato un risotto assieme ad uno spagnolo ed un altro francese che stavano facendo il Cammino a cavallo ed il giorno dopo siamo ripartiti alla volta di Leon.
L’arrivo a Leon è stato un tremendo impatto dopo tanto tempo passato nel nulla delle Mesetas: incroci, traffico, clacson, svincoli. La città, invece, era molto bella. Essendo arrivati di pomeriggio, ho deciso di fermarmi un giorno in più per visitarla, Nicholas e Louise invece hanno deciso di ripartire subito l’indomani e dopo un aperitivo serale li ho salutati: l’ennesima divisione. (Ho visto la cattedrale, la basilica, un monastero ed una casa disegnata da Gaudi).
Scrivendo sacrilegamente dei messaggi ho scoperto che Nicholas e Louise sono arrivati ad Astorga, mentre Jannika, Dennis e Massimo si sono fermati un paio di giorni e Lucie e Sophie avrebbero fatto solo dieci chilometri il giorno successivo: chissà se e quando ci saremmo rivisti.
Da Hospital de Origo ad Astorga ho fatto la mia prima camminata totalmente in solitaria, o quasi, e non mi è dispiaciuta, devo ammetterlo.

Camminare da solo mi aggradava perché mi permetteva di procedere al mio passo, di perdermi nei pensieri ed entrare in un altro mondo, dedicarmi totalmente a me stesso. Audrey, una ragazza francese di circa quarant’anni e maestra in una scuola elementare Montessori a Parigi, mi ha spiegato la sua visione temporale del Cammino; secondo lei era diviso in 3 fasi: da Saint Jean Pied de Port a Burgos era la fase della scoperta e dell’entusiasmo poiché era l’inizio e si avevano molte energie, da Burgos a Leon, essendo Mesetas, era la fase della fatica e delle crisi, infine da Leon a Santiago era la fase della resurrezione passando nella rigogliosa Galizia. Avevo condiviso questa lettura.
La tappa per Astorga è stata relativamente breve, diciotto chilometri. Appena arrivato, ho ritrovato qualche viso noto, ma non la mia crew, che mi mancava. Una volta arrivato, ho conosciuto e cenato con un gruppetto di italiani che erano partiti il mio stesso giorno da Saint Jean Pied de Port, ma che non avevo mai incrociato prima. Erano tutti molto più giovani di me tranne Francesco. Miriam era una ragazza coi capelli corti, castani ed era stata scout: lo si capiva lontano un miglio dal modo di fare e dal piglio che aveva. Era partita insieme a Lucia, infermiera da poco, mora e con due piercing al naso, erano entrambe di Monza o dintorni. Francesco era un ragazzo tutto pane e salame, toscano, pelato, di non troppe parole ma che ispirava simpatia; Marco invece era romano, alto, affusolato, col passo svelto e studiava psicologia; infine, Davide era di Bergamo, faceva il postino, pelato anche lui, con un carattere molto espansivo e colorato, ex scout laico, appena poteva si ritagliava del tempo all’anno per viaggiare.
Il 7 Giugno, tappa da Astorga a Rabanal del Cammino, ho camminato poco, meno di venti chilometri, perché pioveva ed odiavo camminare sotto la pioggia: era un continuo indossare e togliere la mantellina: troppo caldo e toglila, troppa pioggia e rimettila, si suda troppo e ritoglila. A Rabanal del Cammino girava voce che vi era uno dei più antichi donativi e mi ero ripromesso di andarci. Una volta arrivato, ho sbagliato indirizzo e sono finito nel classico ostello comunale; non avendo però voglia di camminare ancora, mi ci sono fermato. Ma da ogni crisi nasce un’opportunità: la sera è rispuntata Lucie. Mi ha fatto veramente piacere rincontrarla ed è stata una grande sorpresa, non credevo che potessi rivedere qualcuno del mio vecchio gruppo. Quella notte ha piovuto talmente tanto che le tubature dell’ostello si sono intasate e l’acqua è fuoriuscita copiosa dei piatti doccia. Mi sono svegliato di soprassalto, alle 4 del mattino, con un signore francese in mutande che strillava allarmato che la stanza era completamente allagata: ho aperto gli occhi ed ho visto le mie ciabatte galleggiare. Dopo aver passato una buona ora abbondante a tirare fuori l’acqua dalla stanza a secchiate con un tedesco che ha ben pensato di fare una diretta Facebook in questo disagio, siccome aveva smesso di piovere, ho deciso di partire perché ormai erano le 5.30 del mattino ed ero completamente sveglio.
Ocebreiro, prima tappa in Galizia, è stato il posto paesaggisticamente parlando più bello che abbia visto in tutto il Cammino. Un verde luminoso circondava ogni cosa e l’aria era fresca come quella di montagna; sembrava di stare in un’ambientazione di druidi e folletti. L’ostello del pellegrino è situato sulla cima di una collina e gode di un panorama mozzafiato. Il destino mi ha portato, casualmente, a dormire in un posto di incredibile bellezza: affacciati sulla valle avevamo una distesa di verde davanti che si mescolava col blu del cielo.

Per il giorno seguente la mia idea era quella di fermarmi a Samos, dove si trovava un donativo molto consigliato poiché ubicato all’interno un monastero ancora in attività. Miriam, Davide, Marco, Francesco e Lucia si erano diretti là. Durante la camminata ho incontrato un ragazzo tedesco conosciuto ad Astorga che mi aveva parlato di una misteriosa Casa dell’alchimista a Furela: un posto che non è stato un vero e proprio donativo, infatti non si può trovare nelle guide ufficiali, ma che dicevano fosse aperto ad ospitare pellegrini. L’aura del luogo misterioso mi ha attratto nonostante il rischio di non sapere se avrei trovato posto o meno. L’alchimista ed il monastero di Samos si trovavano su due strade diverse, che non si sarebbero più incontrate per parecchio: bisognava scegliere o una o l’altra. Alla fine ho seguito l’istinto e sono andato dall’alchimista: ho comunicato a Davide la mia scelta ed ho scritto a Lucie di questa possibilità in un moto di ribellione giacobino verso la dittatura della non comunicazione. Davide non mi ha seguito, Lucie sì.
Oggi posso dire che, se avessi scelto di andare a Samos, il mio Cammino di Santiago sarebbe stata un’esperienza completamente diversa.

La scelta di andare dall’alchimista si è rivelata azzeccata: lui, Juan, è un signore sulla quarantina, che vive in un casolare in semi-eremitaggio insieme ad una ragazza norvegese di vent’anni pellegrina come noi, che ha trovato quel posto lungo il Cammino e ha deciso di fermarsi; quando siamo arrivati noi, era lì da due mesi ormai. L’esperienza è stata quella del donativo con la D maiuscola. Gli ospiti eravamo: il ragazzo tedesco che mi aveva dato la dritta, Lucie ed io quando, poco prima di cena, è arrivato un gruppone di dieci ragazzi italiani. L’Alchimista all’inizio si è mostrato evidentemente preoccupato e anche un po’ infastidito da un tale afflusso di persone, ma poi ha tirato fuori uno spirito di adattamento notevole, mettendo dei materassi nella sua stanza della meditazione e creando un posto letto per tutti. Inoltre, ci ha portati nel suo orto in cui abbiamo raccolto pomodori, insalata ed altri ortaggi tutti insieme. Abbiamo cucinato una pasta e il proprietario di casa ha condiviso vino e formaggi. Abbiamo trascorso la serata attorno al fuoco a chiacchierare, giocare a scacchi e suonare la chitarra. Tutto completamente fornito dalla provvidenza.

La partenza dalla casa dell’alchimista è avvenuta in tarda mattinata del giorno successivo, verso le 11. Lucie è partita nel pomeriggio e non l’avrei più rivista. Io ho deciso di camminare circa quindici chilometri solamente per non perdere una giornata intera. Per ripagarlo dell’ospitalità ho acquistato dall’Alchimista una collana che aveva come ciondolo una pietra di ossidiana: la sua proprietà è quella di tenere il proprietario con i piedi piantati per terra e mi sembrava azzeccata per me.
La partenza per Melide profumava di fine, mi stavo avvicinando sempre di più alla meta e questa sensazione era agrodolce. Da un lato volevo arrivare, ma dall’altro avrei desiderato che il Cammino non finisse mai. Ero nel pieno della Galizia: verde, rigogliosa, umida e piovosa. L’ostello di Melide era enorme ed anonimo, delle persone con cui ero partito avevo perso tutti. Per fortuna c’era Davide, il mio nuovo compagno di viaggio. Conoscere nuova gente iniziava a risultarmi stancante e infatti negli ostelli avevo preso a socializzare molto meno; in più, tutte le compagnie erano già consolidate ormai e la mia non c’era più.
Nel corso della penultima tappa ho provato un sentimento di semi tristezza poiché stava per finire tutto. Poi sul tragitto ho incontrato una faccia conosciuta alla partenza: Sophia, la ragazza americana del Maryland, che ormai da giorni si era aggregata ad un gruppo di sudcoreani. Percorrere un pezzo di quella strada con lei mi ha reso felice, così come sentire i suoi racconti: era stata la prima persona che avevo conosciuto e rincontrala alla fine mi è sembrato come chiudere un cerchio. A O Pedrouzo mi sono sistemato nell’ostello comunale e sono andato a cena con Davide di Amsterdam e altre persone. Durante il pasto, ho scambiato qualche messaggio con l’altro Davide, quello di Bergamo, che mi ha spiegato che si erano fermati a bivaccare quattro chilometri più avanti e la loro idea era di dormire all’addiaccio e di camminare l’ultima tappa in notturna per godersela ed evitare le masse. Per ottenere la certificazione del Cammino, la Compostela, bastava percorrere solo gli ultimi cento chilometri e questo congestionava il Cammino da Barbadelo in poi: scolaresche, persone che per tempo o per timore non riuscivano o non volevano farlo tutto, gruppi vacanza. Era una calca incredibile e paradossale, se comparata al tragitto fino a Burgos o all’introspezione delle Mesetas. L’idea mi ha folgorato: nonostante fossi già col sacco a pelo sistemato in ostello ed avessi già pagato la notte, ho deciso di finire la cena in fretta e furia, raccogliere i miei stracci e raggiungerli prima che facesse buio. Non so perché l’abbia fatto, non aveva un senso logico, ma ero attratto da quest’ultima avventura e l’entusiasmo di come Davide me l’avesse comunicato mi aveva in qualche modo contagiato. Girava inoltre leggenda che i primi dieci pellegrini che fossero arrivati all’ufficio di Santiago per ottenere la Compostela avrebbero ricevuto il pranzo gratis in un hotel chic di fronte alla Basilica.

Quella notte ho dormito ovviamente malissimo e per non più di tre ore, era pieno di zanzare e faceva anche piuttosto freddo. Marco non c’era perché si era staccato dal loro gruppo qualche tempo prima. Alle due di notte siamo partiti. Nell’arrivare a Santiago abbiamo attraversato un festival con persone a fine serata che, come zombie, si trascinavano nella ricerca della loro macchina; qualcuno ogni tanto vomitava. Erano comunque abituati ai pellegrini perché non facevano più di tanto caso a cinque persone con lo zaino alle quattro del mattino, era una scena piuttosto kafkiana e divertente.
Siamo arrivati a Santiago alle sei del mattino: la piazza di Galizia in cui si erigeva la Basilica era completamente vuota. Bellissimo, come se ci fossimo presi un appuntamento con la piazza e lei si fosse tenuta libera per noi.
Abbiamo raggiunto l’ufficio del pellegrino di Santiago, dove c’era già una persona in attesa, e ci siamo messi a dormire lì davanti coi materassini poiché non erano ancora le sette del mattino e l’ufficio avrebbe aperto alle nove. Da lì a poco sarebbe arrivata tantissima gente a mettersi in coda. La diceria era vera: eravamo tra i primi dieci e ci hanno offerto un pranzo all’hotel.
Dopo il pasto sono rimasto seduto in piazza a contemplare la gente che arrivava e le loro emozioni. Erano tutti felicissimi, era come essere in uno spazio temporale a parte. Vedevo tantissime facce conosciute che erano partite con me un mese prima da Saint Jean Pied de Port. Ho rivisto Nicholas, che stava ripartendo per arrivare a Finisterre, nella piazza di Galizia ho incontrato Louise, che era già arrivata a Finisterre ed era ritornata a Santiago per il volo di ritorno. Abbiamo cenato insieme e subito dopo sono partito per l’aeroporto. Non le ho mai detto che è stata la mia stella polare.

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